Luigi Ranghino, come nasce la musica

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Intervista a Luigi Ranghino, pianista Yamaha - Yamaha Music Club

Luigi Ranghino, pianista della scuderia Yamaha, musicista eccezionale. Se lo cercate in rete però, capite subito che è un personaggio interessante, ma che non ama mettersi in mostra. “Sì, in effetti potrei parlare per ore di una triade o di un esacordo, ma non chiacchiero molto di me, non sono bravo a vendermi come musicista e neanche a impormi nella didattica. Penso sempre alla musica e poco al resto.”

Come ti sei avvicinato alla musica? “Posso citare Satie? C’era un pianoforte a casa, mi ci sono seduto e tutti i miei problemi sono nati da lì.” Gulp! “In realtà un pianoforte a casa c’era, ma c’era anche mio padre, musicista amatore, ma che ha studiato musica con la disciplina ferrea dei suoi tempi, tra le due guerre, quando studiando due anni imparavi anche l’inglese, quando si studiava prima il solfeggio. Aveva un orecchio straordinario, suonava di tutto. Io a due anni leggevo già le note, a tre anni componevo, a quattro è iniziata la parabola discendente della mia carriera.” Mi sa che ci divertiremo. “Ho ereditato da lui l’orecchio, imparato i primi rudimenti, l’attitudine a suonare qualsiasi cosa, con la massima libertà. In casa c’erano dischi e spartiti di musica classica, di arie d’opera, delle canzoni di Sanremo e delle canzonette dei suoi tempi, che poi sono diventate i grandi standard jazz, come Le foglie morte o Tutto sei tu. Quando da piccolo ho ascoltato il suo disco di Oscar Peterson, ho capito solo che da grande avrei voluto suonare così.”

E adesso quali sono i tuoi pianisti di riferimento? “Amo i musicisti con una visione aperta su tutti i generi. C’è una musica per ogni situazione, anche emotiva: per ridere, per piangere, per pensare. Keith Jarrett, su tutti, incarna la libertà di muoversi tra i generi, prendendo materiale melodico su cui improvvisare anche dalla musica classica. È stato il precursore di questo atteggiamento, i suoi primi dischi di piano solo hanno sparigliato il mazzo. In lui non si riconoscevano i jazzisti, ma neanche gli ascoltatori di pop. Adesso Brad Meldhau prosegue su questa strada.”

Anche tu ami in particolare la formula del concerto improvvisato sul piano-solo. Ci spieghi come si fa? Hai un canovaccio? Parti da un tema? “Non ho un canovaccio, di solito. Una volta prima di entrare in scena ho chiesto ad una ragazza che lavorava nel backstage di dirmi due note e sono partito da lì. Poi mi lascio trasportare da quel che succede. Anche un errore può essere l’inizio di qualcosa. Per Piano City ho suonato su un CFX Yamaha: è bastato suonare un accordo nel registro centrale per creare armonici ricchissimi che hanno riempito tutti gli spazi, non c’era bisogno di aggiungere altro. Ho seguito il suono, la timbrica meravigliosa, mi sono lasciato trasportare completamente.”

Quindi il parametro che più ti affascina è il suono? “Indubbiamente. Le potenzialità espressive di un pianoforte sono infinite. Quando poi si tratta di uno strumento come il CFX, le possibilità si moltiplicano ulteriormente. Non mi fraintendere però: non basta l’ispirazione! Io studio tantissimo, tutti i giorni. Ho ereditato anche questo modello da mio padre e da mio nonno, che si alzavano presto e lavoravano sodo. Cerco di far capire anche ai miei allievi che studiando molto non si perde la creatività.” La nostra chiacchierata con Luigi Ranghino non finisce qui, nel prossimo post continueremo il nostro viaggio nella carriera di questo straordinario artista. A presto.

Chi Sono – Marta Caldara Concertista, formatrice, dimostratrice. Qualsiasi attività preveda l’utilizzo di un pianoforte mi trova sempre coinvolta in prima linea! Adoro l’atmosfera del live e centinaia sono i progetti di questo tipo che mi vedono impegnata. In questo blog vi terrò aggiornati sui progetti e sulle ultime novità dal mondo Yamaha.

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