Intervista a Nicolò Petrafesa, vincitore del concorso Chicco Bettinardi

jazz Pianoforti

Nicolò Petrafesa è il vincitore della categoria solisti del concorso “Chicco Bettinardi”

Il Concorso Nazionale “Chicco Bettinardi” è strettamente legato al Piacenza Jazz Fest, un festival interamente dedicato alla musica jazz organizzato ogni anno dal Piacenza Jazz Club nella città emiliana.
Il festival, oltre a proporre un fitto programma di concerti, dedica una serie di appuntamenti ai giovani talenti del jazz, offrendo loro grandi occasioni di visibilità.
In questa prospettiva si colloca il concorso “Chicco Bettinardi”, sostenuto attivamente da Yamaha Music Europe, che oltre ad offrire premi in denaro, offre la grandissima opportunità di partecipare all’edizione successiva del Piacenza Jazz Fest.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con Nicolò Petrafesa, il pianista vincitore della categoria solisti del concorso “Chicco Bettinardi” 2020.

Partiamo dalle origini: come e quando hai iniziato a suonare il pianoforte?
Nicolò Petrafesa: Ho iniziato all’età di 4 anni, mia zia possedeva un pianoforte sul quale mi piaceva cercare di riprodurre tutto quello che ascoltavo. Sono entrato in Conservatorio all’età di 8 anni e ho completato i miei studi di Pianoforte Classico all’età di 18 anni. Pur studiando musica classica, ho da sempre coltivato, quasi in maniera inconscia, il mio sviluppo aurale e la pratica dell’improvvisazione, suonando in varie formazioni soul e RnB e cercando di suonare più musica possibile. Suonare con libertà è quello che mi tiene vivo e che mi accompagna da quando ero piccolissimo.

C’è stato un evento particolare che ti ha spinto a continuare il tuo percorso di studi nell’ambito jazzistico?
Nicolò Petrafesa: Di Jazz non ne sapevo assolutamente niente. Dopo il percorso di pianoforte classico, durato ben 10 anni, ho sentito l’esigenza di qualcosa di più. Volevo che l’improvvisazione non fosse più qualcosa di sporadico, da praticare nel tempo libero, ma che assumesse un ruolo centrale all’interno della mia musica. Sono cresciuto ascoltando Ray Charles e i Blues Brothers, conoscevo il blues, ma ero certo ci fosse dell’altro. Così ho fatto delle ricerche e sono arrivato a Monopoli (provincia di Bari) dove ho iniziato il Biennio di Musica Jazz con il Maestro Gianni Lenoci, prematuramente scomparso l’anno scorso. Lì ho avuto un’illuminazione. Dopo aver assistito alla mia prima lezione di armonia, ho capito cosa volessi fare nella vita. Da quel giorno, il fuoco e la passione per il Jazz sono cresciuti dentro di me giorno dopo giorno e mi hanno portato fino a qui oggi.

Cosa ne pensi dell’attuale situazione del jazz italiano?
Nicolò Petrafesa: Di Jazz, in Italia, ce n’è e anche tanto. Purtroppo, come tutta la musica colta, soffre la tirannia di un mercato cieco e di una cultura massificatrice, trovando non poche difficoltà. Dalle mie parti non mancano certo delle bellissime realtà, molto attive nell’ambito, ma ahimè soffriamo un po’ la frammentazione geografica e, a volte, anche quella umana. Credo che la comunità del Jazz sia essa stessa la forza del Jazz. Sta a noi collaborare ed essere uniti per continuare a tenere in vita la magia e la grandezza di questa musica. Abbiamo la possibilità di annoverare tra le personalità artistiche del nostro paese dei veri e propri mostri sacri che hanno fatto la storia del Jazz. Noi, le nuove generazioni di musicisti, abbiamo grandi poteri e grandi responsabilità, perciò non possiamo e non dobbiamo essere da meno.

Veniamo al Concorso Bettinardi: i nostri complimenti per la tua vittoria nella Finale Solisti! Ti va di raccontarci com’è andata?
Nicolò Petrafesa: Premetto che ancora oggi ogni tanto ci penso e mi sembra surreale. Il Bettinardi è stata la prima competizione in assoluto alla quale io abbia partecipato. Per la prima volta ho suonato lontano dalla mia zona, davanti a persone totalmente nuove, davanti ad una giuria di professionisti e sono stato accompagnato da musicisti incredibili. Potete quindi immaginare cosa provassi! Ma d’altra parte il Jazz ha su di me un effetto incredibile e dopo aver abbassato il primo tasto sul piano, sono entrato in una specie di bolla. Sentivo che tutto scorreva in maniera perfetta. Ero così dentro che tutte le sensazioni e le paure sono svanite di colpo. E poi suonare con Attilio Zanchi e Massimo Manzi è come suonare sul velluto. La cosa più bella è che dentro quella bolla con me, c’era anche tutto il pubblico di quella sera. Sono riuscito a trasmettere tutto quello che stavo provando, sono riuscito a dire tutto quello che avrei voluto dire. È stata un’esperienza meravigliosa.

Non solo hai vinto questo prestigioso concorso, lo hai vinto con una tua composizione! Deve essere davvero una grandissima soddisfazione per te…
Nicolò Petrafesa: Assolutamente sì. Ho voluto rischiare. Ho deciso di suonare questo mio brano perché ha un significato molto importante per me. All’inizio del 2018, a causa di uno sfortunato incidente, mi sono fratturato la mano destra (immaginate che disastro per un pianista) alla quale mi sono state applicate chirurgicamente una placca e sette viti che sono tutt’ora lì, sull’osso. Fortunatamente sono riuscito a recuperare e a trovare una forza sovrumana che mi ha spinto ad andare avanti e ad arrivare fin qui. E “Rising”, il titolo della composizione, significa appunto “salire”, “sorgere” o meglio risorgere da quello che è stato un momento buio. Per questo ho deciso di proporla in quello che è stato uno dei momenti più importanti della mia vita e della mia carriera artistica.

Sei un artista giovane con tutta la vita davanti. Quali sono i tuoi sogni nel cassetto?
Nicolò Petrafesa: Ricordo che solo qualche anno fa, ascoltando vari dischi, mi chiedevo se mai avrei potuto condividere la mia passione e la mia musica con i grandi musicisti di cui studiavo gli assoli, le tecniche compositive e gli stili. L’anno scorso poi sono successe tante cose. Ho conosciuto Paolo Fresu e ho collaborato con lui per un concerto a Matera. Ho avuto inoltre la possibilità di studiare con Antonio Faraò, seguendo delle lezioni al Cemm di Milano. Antonio è stato incredibile. Il prezioso tempo passato con lui mi ha aperto un mondo che esploro e continuo ad esplorare con passione. Continuare a studiare con lui è uno dei miei obiettivi. Il Bettinardi è stata per me un’esperienza significativa che mi ha dimostrato che sono sulla strada giusta. Per questo voglio continuare a coltivare quest’arte e raccontarla a tutti coloro per i quali avrò l’onore di suonare. Un’esperienza che sicuramente ho intenzione di fare è quella di andare fuori, e trarre ispirazione e insegnamento dai ferventi ambienti musicali contemporanei Europei (Olanda, Belgio) e Americani, confrontarmi con altri musicisti e condividere con loro l’amore per la vibrante musica che è il Jazz.

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