Santi Scarcella: il docente concertista!

Pianista, direttore, compositore, cantante… Chi è Santi Scarcella?

Quando ero piccolo, inventavo melodie su una tastiera, direi che quindi il mio approccio con la musica è stato da subito di tipo compositivo. Era per me un modo di comunicare attraverso le note, un istinto che ho poi sviluppato con lo studio. Si può rimanere autodidatti, cercare e prendere ciò che serve, ma io ho scelto di studiare pianoforte classico e mi sono diplomato in pianoforte jazz e orchestrazione al Conservatorio Santa Cecilia. Questo mi ha permesso di diventare docente.

Dove insegni?

Sono docente di educazione musicale in una scuola media, part-time e precario, segni particolari: nessun tatuaggio in faccia.

Gulp! Chissà come si divertono i tuoi allievi con te!

Ho recentemente viaggiato in treno con il ministro Berlinguer, il quale mi ha detto: “I suoi alunni si devono ritenere fortunati ad avere un docente concertista”. Questo mi ha stimolato a non scindere le professioni. Gli allievi vengono a vedermi suonare e mi dicono di imparare più dai miei concerti che dai libri. È una grande soddisfazione.

Quanto c’è di te nelle tue lezioni?

Mi attengo al programma ministeriale, anche se per certi aspetti lo trovo un po’ obsoleto. Faccio parte della federazione italiana di jazz, capitanata da Paolo Fresu, con la quale sto portando a scuola un progetto che si chiama “più jazz per tutti”, in cui si sviluppa la creatività e si fanno giocare i ragazzi con gli strumenti, prima di tutto. Solo in seguito è necessario conoscere il rapporto tra musica e matematica. La musica deve partire da uno incipit interiore e spirituale.

Tra le tue collaborazioni ci sono nomi illustri. A quali sei particolarmente legato?

Marisa Laurito mi ha portato verso il teatro musicale, è un’artista dalla cultura teatrale immensa, basti pensare che è cresciuta nella compagnia di De Filippo. Renzo Arbore invece ti fa impallidire per la sua cultura jazz. Sono persone che ancora studiano, artisti di vecchio stampo che non si sentono mai arrivati. Oggi invece ci sono cantanti che vengono fuori dal nulla e non accettano un secondo posto…
E poi Lucio Dalla, che mi ha emozionato per la sua umanità e per il suo carisma, oltre che per la sua musica. Ha collaborato con una big band di cui sono stato direttore, in un bellissimo concerto ad Acireale.

Nel video dello spettacolo Da Manhattan a Cefalù si scorgono sonorità che vanno dal blues al bebop, al rock. Quali sono i tuoi riferimenti musicali?

I suoni del mondo. La Sicilia è terra di contaminazioni, mi ha insegnato ad aprirmi agli altri. Quando suono all’estero, cerco di capire la cultura e le persone attraverso i loro suoni. Il mio jazz mediterraneo è un punto di arrivo.
A diciotto anni cantavo nel coro di ricerca popolare siciliana. Ho poi approfondito la mia conoscenza sui canti popolari e di lavoro siciliani, sia nelle fornite biblioteche dell’isola, sia sul campo, direttamente dalle voci di anziani testimoni. Sono canti profondi, di sofferenza, intrisi di musica araba, di Mediterraneo. La similitudine con il blues americano è impressionante, guarda caso il primo jazz è stato suonato da siciliani emigrati in America. Ho presentato questi studi alla Yukon University che mi ha invitato a tenere conferenze come docente e mi ha organizzato un piccolo tour di concerti a partire dall’autunno. Anche il Calandra Institute è interessato ai miei studi e a quei 28 milioni di italiani immigrati in America, che grazie alla musica hanno potuto comunicare con tutte le altre etnie presenti, creando musica nuova.

Questo tuo spettacolo che unisce la Sicilia con l’America parla quindi di migranti?

Sono tantissimi i cognomi italiani tra i musicisti americani: La Rocca, Sinatra, Zappa, Gambale, Giuffrè, Corea, Lovano, Patitucci, Colaiuta…
Qui invece abbiamo paura di mescolarci, nonostante il Mediterraneo sia sempre stato un crocevia di culture. Che oggi il nostro Mediterraneo possa accogliere nelle sue reti mamme e bambini che cercavano amore, non mi sta bene. Stiamo rifiutando i migranti perché non vediamo il loro potenziale, così come sovente non riusciamo a vedere quello dei disabili. Ho un allievo con sindrome Asperger che comunica attraverso la musica. Se io lo avessi rifiutato, non avrei mai scoperto un compositore. L’argomento centrale del mio spettacolo è la disabilità del cuore.

Quale pianoforte porterai con te?

Il Clavinova CLP 665 nel mio sestetto è perfetto. È facile da amplificare in un teatro e dà grandi risultati. Per il prossimo tour chiederò l’AvantGrand. Il pianoforte C7 è per me il miglior punto di equilibrio, con suoni brillanti e medio-bassi fantastici, una tastiera morbida che ti permette di essere creativo.

E Save the Children?

Daremo una parte del ricavato del tour e del disco a questa onlus nella quale ripongo fiducia. I bambini sono il futuro, non prestare attenzione a loro significa fregarsene del mondo.

Quando si parte?

Il 25 maggio al Teatro Parioli di Roma.

Chi Sono – Marta Caldara Concertista, formatrice, dimostratrice. Qualsiasi attività preveda l’utilizzo di un pianoforte mi trova sempre coinvolta in prima linea! Adoro l’atmosfera del live e centinaia sono i progetti di questo tipo che mi vedono impegnata. In questo blog vi terrò aggiornati sui progetti e sulle ultime novità dal mondo Yamaha.