Come si sceglie un sintoampli nel 2019?

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La tecnologia cambia, le passioni no. I sintoamplificatori, sintoampli per gli amici, rappresentano da più di un ventennio l’oggetto del desiderio per chi vuole ricreare in casa le sensazioni della sala cinematografica. A dire il vero, a un certo punto abbiamo rischiato di perderli sotto i colpi dei sistemi tutto-in-uno, dei compatti e delle soundbar, ma alla fine chi non scende a patti con la qualità sonora non ha mai avuto dubbi: il sintoampli resta il primo componente della catena audio, oggi come nel 1999.

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Ma i tempi sono cambiati davvero. Ieri la ‘scelta del sintoampli’ era una questione complicata: dovevamo valutare le codifiche, la potenza, l’accoppiamento con i diffusori appena comprati, la disponibilità di ingressi/uscite e soprattutto il posizionamento in ambiente, fondamentale per minimizzare i cavi in un periodo in cui il wireless era solo una speranza. Al confronto, oggi sembriamo vivere in un film di fantascienza: chi vuole un sintoampli pensa alla compatibilità con Spotify e AirPlay, alla connettività wireless per collegare (senza fili) i diffusori posteriori, alle capacità di distribuire la musica in tutta la casa e alle app con cui controllare le playlist.

Il punto è che i sintoampli del 2019, pur svolgendo la stessa funzione dei genitori, hanno tonnellate di tecnologia in più e questo – che di per sé è un grande pregio – rischia di complicare la scelta portando l’attenzione su aspetti secondari.

È dunque importante, oggi come ieri, partire da alcune considerazioni di base: rispetto agli amplificatori stereo, anch’essi stracolmi di tecnologia, il sintoampli è da sempre il responsabile del trattamento e dell’amplificazione dell’audio negli impianti multicanale, ovvero nell’home theater. Rispetto a un impianto stereo, il sintoampli offre  la capacità di gestire (molti) più canali, una sezione di processing audio (DSP) e anche la parte video, visto che viene usato per il trattamento e lo switch del segnale. Completano il quadro tecnologie di rete, con o senza fili, che aprono infinite possibilità di distribuzione dell’audio: da un banale Bluetooth dello smartphone a impianti multiroom completi, come quelli resi possibili dalla tecnologia MusicCast di Yamaha.

 

La domanda più difficile: che esigenze hai?

Questa non vuole essere una guida tecnica. O meglio, non intende approfondire discorsi (peraltro molto interessanti) come il calcolo della potenza in funzione dell’impedenza dei diffusori, la distorsione armonica o cose simili, bensì fornire qualche utile indicazione per districarsi in un mondo che è solo apparentemente complesso. Anche perché alla fine l’acquisto giusto è quello in linea con le proprie esigenze, che sono molto diverse da uno all’altro: chi deve allestire un piccolo impianto da usare nella seconda casa non può avere le stesse pretese, quanto meno in termini di potenza e funzionalità, di chi sta ‘pensando in grande’ per il suo salone da 60 mq.

Quindi che fare? Prima cosa: fermarsi un attimo e capire quali siano le proprie esigenze. Perché sembrerà assurdo, ma spesso uno non lo sa. Quanto è ampio l’ambiente? Che caratteristiche hanno i diffusori che verranno usati? Quali e quante sorgenti video dovrai collegare? Hai bisogno di un sintoampli che gestisca più ambienti video, come un TV e un proiettore contemporaneamente? Ma soprattutto, lo userai spesso? Hai esigenze di massima qualità sonora e un budget importante? Ti interessa un multiroom evoluto o vivi in un bilocale?

Si potrebbe andare avanti all’infinito. Ma quando si ha un’idea di massima è meglio buttarsi direttamente su un bel catalogo e iniziare a restringere il campo: visto che l’offerta Yamaha copre tutte le fasce di mercato, da modelli abbordabili e di qualità fino a poderosi sistemi a doppio telaio (pre e finale) per chi vuole il massimo, la prima cosa da capire è a quale fascia rivolgersi. Qui conta molto il progetto che si ha in testa, la dimensione della stanza e il budget a disposizione: molto importante, in questa fase, valutare se il numero dei canali supportati dal sintoampli sia sufficiente e osservare le connessioni (quelle fisiche) per capire se siano adeguate. Poi si può rivolgere l’attenzione a funzionalità extra come l’auto calibrazione e opzioni multiroom, poiché la connettività di rete, con o senza fili, e il supporto per piattaforme di streaming come Spotify sono ormai costanti in buona parte dell’offerta targata 2019.

Niente paura: come sopravvivere alle sigle dell’Home Theater

Dicevamo che una delle prime cose da valutare è il numero di canali, che (molto) sommariamente corrisponde ai diffusori da distribuire nella stanza: in questo mondo, 5.1 è il punto di partenza perfetto per chi vuole un Home Theater completo e abbordabile.

Giusto per dare un’idea, il cinema in casa a canali discreti nacque molto tempo fa proprio con le codifiche 5.1 della Dolby (Dolby Digital) e di DTS; era il 1998 e stavano arrivando in Italia i primi DVD, ma ancora adesso – qualche era geologica dopo – il 5.1 resta un punto fermo. L’evoluzione della tecnologia ha prima inventato due canali extra (7.1) con le codifiche Dolby e DTS usate dai Blu-ray Disc (Dolby TrueHD e DTS-HD), poi reso tutto molto più evoluto e modulare con le codifiche a oggetti Dolby Atmos e DTS:X, che aggiungono ulteriori canali ma soprattutto modularità per avvicinarsi alla spettacolarità del cinema.

Quindi, ricapitoliamo per chi si avvicina solo ora al mondo dell’Home Theater: il punto di partenza sono i sintoamplificatori 5.1, più che sufficienti per un buon tasso di coinvolgimento; si sale con il 7.1/7.2 e codifiche relative (che arrivano fino al Dolby Atmos e DTS:X), si arriva a ipotesi da 9 e 11.2 canali per chi vuole il massimo. Più si sale, più le sorgenti necessarie per sfruttare l’impianto al 100% diventano specifiche: per dire, per sfruttare un buon sintoampli 5.1 basta un DVD, ma va benissimo anche un Blu-ray, un film di Amazon Prime, un Blu-ray Ultra HD e molto altro; per godere appieno del Dolby Atmos ci vogliono sia un sintoampli che una sorgente Atmos, cioè un Blu-ray Ultra HD, qualche contenuto di Netflix e non molto altro.

Potenza e qualità del sintoampli: c’è bisogno di una prova

Come dicevamo, il discorso della potenza è sdrucciolevole. Perché nonostante alla gente piacciano i ‘numeroni’, una super-potenza non significa affatto maggiore qualità. Oltre al fatto che i numeri vengono rilevati in condizioni di test, si riferiscono a un certo numero di canali in funzione e la pressione sonora percepita dipende dalle caratteristiche dei diffusori. Insomma, non comprate un sintoampli solo perché c’è scritto che eroga 300 Watt: sarebbe un err

ore.

Piuttosto, chi vuole grandi soddisfazioni deve valutare attentamente la qualità che il dispositivo è in grado di esprimere. Sì, ma come? Ci sono due strade: la migliore in assoluto è l’ascolto, ovviamente con diffusori dalle caratteristiche ‘elettriche’ e musicali analoghe ai propri; in alternativa ci si può addentrare un po’ nelle caratteristiche tecniche tenendo in considerazione che tutti gli elementi che partecipano alla catena dell’audio (preamplificazione, trattamento del segnale, uscita di potenza) hanno un impatto sulla resa sonora e, in ambito home cinema, sul coinvolgimento. La stessa costruzione è fondamentale: un telaio progettato con estrema cura e materiali robusti è capace di smorzare tutte le eventuali vibrazioni assicurando una resa cristallina.

Per non parlare del DSP, cioè il circuito dedicato all’elaborazione del segnale: se in ambito musicale l’appassionato preferisce un suono puro e diretto, nel cinema la localizzazione degli effetti, l’impatto e il coinvolgimento sono determinanti sulla resa dello spettacolo. Ecco perché un DSP come Cinema DSP HD3 di Yamaha fa la differenza: i processori che lo compongono non si limitano alla decodifica del segnale in ingresso e allo smistamento ma lo elaborano al fine di assicurare il massimo livello di realismo. Come se non bastasse, a questo si associa la funzionalità Surround:AI, che grazie a sofisticati algoritmi analizza la scena e automaticamente tratta il segnale nel modo migliore possibile, senza richiedere alcun intervento dello spettatore. Dieci anni fa il DSP c’era, ma questo non sarebbe mai stato possibile.

Gli appassionati fanno tante altre considerazioni prima di scegliere il modello più indicato: valutano i DAC, altro componente di primissimo piano nella catena sonora, la presenza o meno di connessioni bilanciate (garanzia del minor rumore possibile) e, per quanto concerne la sezione finale, il trasformatore, i condensatori, i connettori e molto altro. Posto che si tratta comunque di elementi da prendere in considerazione, anche per farsi una cultura e alimentare la propria passione, la valutazione dell’impatto dei singoli componenti sulla qualità sonora complessiva richiede competenze avanzatissime: qui l’ascolto, in un setup analogo al proprio è l’unic

a vera soluzione all’enigma.

Multiroom? Wi-Fi? Spotify?

Di solito si guarda al comparto delle funzionalità ‘connesse’ come a un aspetto secondario nella scelta del sintoampli. Ma in realtà non dovrebbe esserlo. Anzi, la disponibilità di funzioni basate sulla connettività di rete è in assoluto ciò che distingue un sintoampli del 2019 da uno di dieci anni fa. Da questo punto di vista, la possibilità di ricevere e riprodurre brani via Bluetooth e piattaforme di streaming (Spotify, Deezer…) è quasi una costante, così come la connettività di rete via cavo (Ethernet) e Wi-fi.

Ma è proprio la connessione di rete a rendere il sintoampli sempre più il centro del proprio mondo musicale: può ricevere musica da Spotify, ma anche dalle web radio, da un dispositivo con AirPlay o da un PC che si trova nella stessa rete di casa. Meno comune, ma persino più importante, è la compatibilità del sintoampli con le tecnologie di audio multi-room. L’esempio d’elezione è il MusicCast di Yamaha, che accomuna svariati apparecchi del marchio – tra cui lettori CD, sintoampli, diffusori, anche giradischi – e permette la trasmissione della musica tra di loro, da un ambiente all’altro della casa. A livello pratico, un sintoampli con MusicCast può condividere l’audio che riceve – per esempio – da Spotify con tutti i dispositivi MusicCast di casa, purché si tr   ovino nella stessa rete. Il che significa, oltretutto, poter usare due speaker MusicCast come diffusori posteriori del proprio impianto Home Theater, rigorosamente senza fili. Ed evitare così lo scempio dei cavi che “vagano” per la stanza.

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